Quando i carabinieri fecero irruzione nella camera da letto trovarono soltanto due cuscini consumati. Uno se lo portarono via.
Correva correva correva, dietro, e lei correva correva correva, davanti, poi lei rideva rideva rideva, davanti, e lui moriva moriva moriva, di dietro. Poi lei si fermò, lui si fermò, lui morì, lei gli mise una mano sugli occhi, lui no, lui morì. Ma lei rise, era bello, così.
Quel giorno c’era il sole e pioveva. Lui la teneva per mano, poi ogni tanto le guardava gli occhi che guardavano dritto, tornava a guardare a terra, guardando ogni passo perdendosi indietro. Quel giorno pioveva, ma c’era il sole.
Uscirono tutti insieme, lui, la sua ombra, lei, la sua ombra, l’ombra del loro amore e l’amore stesso. Apparentemente senza un rimpianto, finché l’ultimo non chiuse davvero la porta.
Ti riconosco anche dall’altra parte del bicchiere, nel rosso dei riflessi distorti. La fine del mondo è una cosa piccolissima - credimi -, due facce sopravvissute alla curvatura del vetro.
Torna, singhiozzava, torna. Se torni - le disse - farò maturare le albicocche.
Non era un rumore, era un fruscio continuo, e non era un dolore, era il pungolo, l’avvertimento fisico, di un’occasione perfetta da mancare.
Sapeva solo alzarsi e andare su quella panchina, ogni giorno. Aspettare che il solito vecchio lasciasse il giornale sulla panchina di fronte. Per poi prenderlo, annotarsi la data su un quaderno, e buttarlo nel cassonetto. Ogni giorno.
Era stato un marito infame, un padre di merda. Poteva starci tutto. Ma la cosa che il commissario non riusciva davvero a spiegarsi era l’odore di bucato che sembrava provenire dal fondo ributtante delle sue due ferite.
Le tue lacrime sono qui, tu prendi la siringa e un po’ del tuo cazzo di sangue ossigenato, poi fai attenzione quando ti dico di tenermi aperti gli occhi.